lunedì 19 settembre 2016

MAGIA  dei  PUPI
"La pazzia di Orlando" 
di Mimmo CUTICCHIO




Il16 settembre 2016, Radio3 si è collegata con piazza Sant'Oliva di Palermo per trasmettere - all'interno del programma 'Radio3 Suite' presentato da Antonio Audino - "La macchina dei Sogni", Festival teatrale che Mimmo Cuticchio (1948) ha dedicato, quest'anno, a Giuseppe Pitré (1840-1916), letterato ed etnologo palermitano, dedito particolarmente alle tradizioni popolari siciliane.
Lo spettacolo ha raggiunto un notevole livello artistico e la proprietà di rendere attuali  ('siamo tutti figli dello stesso Dio') le fantasie del testo ariostesco. 
Cuticchio ha incentrato «L'Orlando furioso» di Ludovico Ariosto (1474-1533), sull'episodio 'La pazzia di Orlando, ovvero il meraviglioso viaggio di Astolfo sulla Luna'. Lo spettacolo è tanto avvicente da indurmi a proporre all'ascolto il 'cunto' (racconto) nella versione del cantastorie siciliano - celebre soprattutto nella sua veste di puparo - figlio d'arte del padre Giacomo (1917-1985), nome passato al figlio di Mimmo, Giacomo Cuticchio - pianista e compositore che cura le musiche di scena delle 'Chanson de Geste' di Carlo Magno e dei suoi paladini.

L'intervista del critico teatrale Antonio Audino al grande cantastorie e puparo, è chiarificatrice del modo di operare dietro il proscenio del teatro dei pupi: chi fa il 'cuntista' (presta la voce ai personaggi = recita), chi fa «l'oprante» per gestire i movimenti delle marionette, tramite fili e dispositivi vari. Sino a far loro praticare le lotte di lancia e spada.

Riportiamo l'intervista:
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video


Spiacenti di non poter vedere la rappresentazione, ascoltiamo 'La pazzia di Orlando, ovvero il meraviglioso viaggio di Astolfo sulla Luna', nell'interpretazione della 'Compagnia figli d'arte Cuticchio'.

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martedì 30 agosto 2016

  SOSPESO  nel  VUOTO



Il funambolo sta nel nostro inconscio


Il vuoto va inteso nel suo duplice aspetto: come spazio dell'aria e - filosoficamente - come ciò in cui nulla è. 
Ma la percezione comune è dovuta all'emozione di trovarsi sull'orlo di un baratro. Una persona anziana - un vecchio quale io sono - ravvisa nel vuoto la già prossima morte, spesso definita ricorrendo ad eufemismi come dipartita, trapasso o decesso, pur prevalendo in tutti il terrore di precipitare nell'inesplorato. 
In me predomina il grave rammarico della perdita degli affetti: in primo luogo l'amore per la mia adorata sposa. 
Il consolidato ateismo - maturato dopo anni di riflessione e inteso come assenza di ogni verità teistica - mi conferisce un assoluto grado di tranquillità: nulla potrà turbare l'immutabile 'nulla'.
Molti ragionamenti possono farsi intorno alla morte. A suo tempo ho disquisito in proposito, scrivendo un libro intitolato 'Vecchiaia dolceamaraVecchiaia' al quale ricorro trascrivendo i passi più significativi a definire la 'Sospensione nel vuoto', titolo e oggetto di questo discorrere.



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Benjamin BRITTEN (1913 - 1976) "Morte a Venezia" - Interludio -


EPICURO (341 - 270 a.C.) : "La morte non è nulla per noi poiché quando siamo la morte non c'è, e quando la morte c'è allora noi non siamo più ... Non  il  giovane  devesi  stimar felice e invidiabile, ma il vecchio che visse una  vita bella”.
" ... le gioie e le delizie non stanno nell’eccitazione, ma nella quiete e nell’assenza di movimento (degli atomi). Tale piacere è detto catastematico (dal greco katastematikòs = calmo) e si raggiunge nel momento della caduta del desiderio".
Epicuro prende da Democrito il sistema degli atomi, ed esclude l'idea d'una importuna Provvidenza. Per lui è importante che la spiegazione d'un fenomeno non supponga l'intervento degli Dei nel mondo. "L'ordine regolare del cielo non richiede la mano d'un ordinatore sovrano".

Marco Tullio CICERONE (106-43 a.C.) “Cato Maior De senectute”
Libro II … Pensi tu che la vecchiaia subentri furtiva alla giovinezza più rapidamente della giovinezza all’infanzia?
V … Sono quattro i motivi che possono rendere infelice la vecchiaia:
1) l’allontanamento dalle attività. 2) l’indebolimento del corpo. 3) la privazione dei piaceri. 4) la vicinanza della morte.
IX Una giovinezza dissoluta, licenziosa e non trattenuta da regole morali, è la premessa ad una vecchiaia piena di acciacchi.
XIV … Sofocle, interpellato sulle sue capacità di godere ancora dei piaceri di Venere, rispose: “Gli dei me ne guardino! Sono felice di esserne scampato!”.
XIX Quale colpa ha la vecchiaia se la morte è accomunata alla gioventù? ... Quando essa arriva ciò che è passato è svanito. Se ne vanno ore, giorni, mesi ed anni e non torna il tempo passato né si conosce il futuro: ciascuno deve accontentarsi del tempo che gli è concesso.
XXIII  ... Felice sarò il giorno in cui partirò per quella divina riunione di anime e mi staccherò da questa ressa e da questa confusione!

Lucio Annea SENECA (4 a.C. - 65 d.C.) "De brevitate vitae".
Seneca è noto per essere stato il precettore del giovane Nerone e il suo consigliere, una volta salito al trono.
… quando l’animo sa che non c’è differenza tra un giorno e un secolo, esso guarda dall’alto lo scorrere  dei giorni e degli eventi futuri  considerando allegramente il succedersi del tempo.
... affrettati a vivere, e considera ogni giorno una vita.
…Tutta la vita  dobbiamo  imparare a vivere e, cosa che ti stupirà (lett: desterà in te meraviglia), tutta la vita dobbiamo imparare a morire.
...Ti aspettano in questo genere di vita molte buone attività: l’amore e la pratica della virtù, l’oblio delle passioni, la conoscenza del vivere e del morire, e una profonda quiete delle cose.
... E’ penoso, però, avere la morte davanti agli occhi.
Comunque, vecchi e giovani devono averla innanzi; non siamo chiamati in base all’età: nessuno è tanto vecchio da non poter sperare un altro giorno di vita. E un giorno è soltanto un momento della vita.
... E’ tanta la stupidità e la follia degli uomini che alcuni sono spinti alla morte per paura della morte … (riferimento al suicidio) Dobbiamo indurci sia a non amare troppo la vita, sia a non odiarla troppo.
... Noi non temiamo la morte, temiamo il pensiero della morte dalla quale siamo sempre inconsapevolmente lontani. Quindi, se dev’essere temuta, va sempre temuta perché non c’è momento della vita che ne sia privo. 
... La conclusione della nostra esistenza è dovuta all’ineluttabilità del fato, ma nessuno sa se è vicino alla fine. Predisponiamo la nostra anima come fossimo prossimi al momento estremo.

124ª ed ultima delle "Lettere a Lucilio" (Epistulae morales ad Lucilium) (Seneca conclude l’epistolario con un’indimenticabile considerazione sulla felicità dell’uomo pensata nel momento conclusivo dell’esistenza):
"La felicità può voler dire aver appagato i propri desideri, ma tu devi renderti conto di ciò quando sarai arrivato alla fine di questi tuoi desideri.
Considerati un uomo felice quando le tue gioie scaturiranno per te da te stesso, quando – esaminati tutti i beni che gli uomini bramano e custodiscono gelosamente – non ne avrai trovato uno che sia oggetto delle tue preferenze e dei tuoi desideri.
Eccoti una regola per valutare te stesso e avere coscienza di avere raggiunto la perfezione: il tuo bene sarà veramente tuo, quando capirai che gli uomini creduti più felici  sono i più infelici! ".

ADRIANO IMPERATORE (Publius Aelius Hadrianus) (76-138 d.C.)    
"Piccola anima, smarrita e soave, / compagna e ospite del corpo, / ora ti appresti a scendere in luoghi / incolori, ardui e spogli, / ove non avrai più gli svaghi consueti ... // ".
(Animula vagula  blandula / Hospes comesque corporis, /Quae nunc abibis in loca / Pallidula  rigida  nudula, / Nec, ut soles, dabis iocos …)

Marguerite Yourcenar (1903 - 1987)  conclude le sue 'Memorie di Adriano' aggiungendo: 
"Un istante ancora guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più ... Cerchiamo di entrare nella morte a occhi aperti ". 

William SHAKESPEARE - Frammento del monologo di "Amleto" (“Essere o non essere”) :
" ... Morire, dormire; /  sognare forse:  ah! qui sta il problema; / perché in questo sonno di morte quali sogni possono venire / quando, abbandonata la mescolanza al groviglio  mortale, / ci ferma questo pensiero:  é il dubbio  /  che di tanto prolunga la vita a tanti tormenti". 

Da "Macbeth" : "La vita non è che un’ombra che cammina;  / un povero commediante / che per un’ora sola vanità e affanni  / mostra sulla scena e poi più nulla. / E’ una favola narrata da un idiota, / piena di rumore e furore / che non significa nulla".

August STRINDBERG drammaturgo (1849 - 1912)
"Il tempo è breve quando è trascorso, ed è lungo quando trascorre". 

Maurice MAETERLINCK (1862-1949) 'Pelleas et Melisande' messo in musica da Claude Debussy (1862 - 1918). 
Dice il vecchio Re ARKEL a Melisande morente:
"Non posso spiegarmi, ma sono triste nel vederti così; tu sei troppo giovane e bella per vivere giorno e notte sotto l’alone della morte. Alla mia età ho acquisito una sorta di fede  nel fato e ho sempre visto come la giovinezza e la bellezza crea intorno ad esso giovinezza, bellezza e felicità … Se fossi Dio avrei pietà del cuore degli uomini".

Manlio SGALAMBRO (1924 - 2014) nel suo 'Trattato dell'età' (Adelphi 1995), rifacendosi a Seneca, afferma:
“Né il fanciullo, né il giovane, né l’adulto hanno età perché in essi la vita scorre come il corso di un fiume. Soltanto il vecchio ha età perché in lui finisce il tempo vissuto che scorre, e al suo posto subentra il tempo che non passa, quello che segna il suo volto e la sua fronte come cicatrici del passato trascorso lentamente ma inesorabilmente a rodere cellule e psiche. ... L’età non ha età – in senso psicologico – perché non si evolve. Quindi la vecchiaia non è l’ultima tappa della vita, ma la prima e l’unica in cui si esce dal proprio tempo, dal tempo vissuto, per essere abbracciati dal tempo esterno, quello dell’orologio, quello del mondo che procede con regole sue e non più nostre, quello cadenzato sui ritmi della materia”.

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Alexander SCRJABIN  (1872 - 1915) - Sonata per pianoforte N.1- IV tempo: 'Funebre'.


La vecchiaia è percepita in modo inquietante anche dai giovani. Ho appena terminato la lettura del romanzo «L'età bianca» (Avagliano 2016) di Alessandro MOSCÈ (1969) che scrive: 
"È offensivo dire che si è vecchi? Ma serve a qualcosa fingere di essere eternamente giovani? La vita interiore, nel terzo millennio, è diventata una vita inferiore".

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Considerazioni conclusive:
Il bianco è la somma di tutti i colori e, al tempo stesso, è il colore senza colore: il colore della saggezza e della vecchiaia, della purezza, dell’innocenza e della quiete. Ma io vedo anche il nero, inidoneo a riflettere la tenue luce irradiata da una vecchiaia incapace di slanci affettivi colorati con discrezione.
L’amarezza della vecchiaia - attribuibile a Nessuno - mi induce a ricorrere ancora ad Epicuro e alla responsabilità che addebita agli dei:
- Se dio vuole togliere i mali e non può è impotente.
- Se può e non vuole è invidioso.
- Se non vuole e non può è invidioso e impotente.
- Se vuole e può, perché non li toglie?

E Wolfgang GOETHE (1749 - 1834), nel 'Faust' scrive: 
"Fuggi fuori nel vasto mondo: conoscerai così il corso delle stelle e, se la natura ti sarà maestra, saprai intendere come uno spirito parli a un altro spirito“.

Ma il mondo delle stelle sta nel remoto, tenebroso e inquietante iperuranio che mi fa concludere definitivamente, insieme a Blaise PASCAL, (1623 - 1662):

“Il silenzio eterno di quegli spazi infiniti mi sgomenta”.


                





mercoledì 3 agosto 2016

L'EFFIMERO della BELLEZZA 
"Trionfo del tempo e del disinganno"




Le pitture rappresentate sono, rispettivamente, di Dante Gabriel ROSSETTI (1812 - 1882) e di 
Felice CASORATI (1883 - 1963).


Il Festival musicale di Aix-en-Provence 2016 ha presentato l'Oratorio 'Il trionfo del Tempo e del Disinganno' di Georg Friedrich Haendel. Radio3 l'ha trasmesso, in diretta, il 6 luglio scorso; ora lo si può ascoltare e vedere nel canale on-line medici.tv dal quale ho tratto le parti più significative.

Georg Friedrich Haendel (1685-1759) fu un cosmopolita perché girò tutta l’Europa e trascorse gli ultimi trent'anni della sua vita in Inghilterra. Nelle sue opere si notano, perciò, momenti di cantabilità italiana e altri di espressività più statica, anglosassone. Anche nei suoi brani di carattere contrappuntistico imitativo - che dovrebbero essere i più cerebrali perché costruiti con la razionalità voluta dalla forma del contrappunto -, emerge dalla sua musica una melodia di grande trasporto, di grande ariosità e gestualità teatrale (scrisse parecchi melodrammi, soprattutto in stile italiano). Haendel rappresenta l’aspetto aulico e vagamente retorico, direi turgido del Barocco, rispetto a quello astratto e metafisico del contemporaneo Bach. Dal 1706 al 1709 è in Italia: Firenze, Roma, Napoli, Venezia. Nel 1711 si sposta a Londra dove trascorrerà il resto della sua vita, intervallata da lunghi viaggi in Europa per la sua curiosità artistica, ma soprattutto per soddisfare la sua brama di vita galante e di gioioso vivere. Durante un suo soggiorno romano si fece amico del cardinale Benedetto Pamphili, letterato appartenente all'Accademia dell'Arcadia, che scrisse per lui il libretto dell'oratorio di cui ci stiamo occupando. La prima esecuzione fu diretta dal grande Arcangelo Corelli con lo stesso Haendel al clavicembalo. Essendo allora vietato alle donne di cantare in teatro, le voci di Bellezza, Piacere e Disinganno erano affidate ai castrati; quella di Tempo a un tenore (oggi rispettivamente a soprano, controtenore, contralto e - ovviamente -  tenore). 
L’ Oratorio è una composizione per soli, coro e orchestra di tipo narrativo, generalmente su soggetti sacri. Praticamente è un melodramma privo di messa in scena, in cui i personaggi cantano senza recitare, senza gestire: cantano in concerto. 

"Il trionfo del Tempo e del disinganno" - TRAMA:
Bellezza si guarda allo specchio chiedendosi quanto tempo durerà il suo splendore (Aria: Fido specchio). Piacere le promette - in cambio della sua fedeltà - eterna giovinezza (Recitativo: Io che sono il Piacere). Disinganno la mette in guardia (Aria: Se la bellezza perde vaghezza). Tempo le ricorda quali siano le sue proprietà, ricorrendo ad immagini funeste (Aria:Urne voi che ...). La Bellezza non intende dar loro ascolto (Duetto: I pensieri più severi son del verno dell'età). Piacere non demorde e mostra a Bellezza un leggiadro giovinetto  (Aria)
Il Tempo insiste e la invita a dedicarsi ad una vita penitenziale (Recitativo: se me veder non vuoi, pensa di farti in Cielo un'altra sede ... dove bella Eternità risiede). Bellezza è dubbiosa e chiede ulteriore tempo prima di decidere (Quartetto: voglio tempo per risolvere). Piacere la circuisce con la lusinga (Aria: Lascia la spina, cogli la rosa). La Bellezza rompe lo specchio e rifiuta definitivamente il Piacere (Recitativo: ... e di te perda e la memoria e il nome) che l'abbandona (Aria: come nembo ... da te fuggo sdegnato e severo). Bellezza si rivolge agli angeli perché benevolmente accolgano la sua redenzione (Aria conclusiva: Tu del ciel ministro eletto).

Il Festival di Aix-en-Provence ha spettacolarizzato l'Oratorio con scene e costumi che hanno dato esito ad una rappresentazione ben lontana dagli assunti cardinalizi e cattolici, ma vicina alla società contemporanea fatta di giovani assillati dalla smania del piacere comunque cercato, sino a naufragare voluttuosamente, ma inevitabilmente, nella dipendenza dalla droga.
Il Maestro (La Maestra?) Emmanuelle Haïm ha diretto l'orchestra "Le Concert d' Astrée", la cui formazione  è costituita da due oboi, due fagotti, due flauti diritti, tiorba (specie di liuto) e organo; il b.c. (basso continuo che accompagna i 'recitativi') da  clavicembalo, violoncello, organo e  contrabbasso. Il suono ottenuto corrisponde alla musica fiorita sì di virtuosismi, ma toccante e non aulica e magniloquente come in Haendel maturo: musica ispirata - al ventiduenne compositore - dai magnifici versi del Cardinale Pamphili e dal loro contenuto mirante ad evidenziare la vacuità dei piaceri terreni e la pregnanza dei valori morali e teologici. Il tutto plasmato dalle grandi capacità drammaturgiche haendeliane. 
"Il trionfo del Tempo e del Disinganno", scritto da Haendel nel 1707, lo ascolteremo e vedremo - nelle sue parti più significative - nella forma scenica allestita dal regista Krysztof Warlikowski e dalla scenografa Malgorzata Szczeesniak, ambedue polacchi. Un'interpretazione laica mirante alla condanna delle convenzioni sociali consolidate nel tempo, ma deplorando altresì l'attuale improprio superamento delle stesse. 
La scena rappresenta la gradinata di un teatro, con al centro uno spazio trasparente che mostra il luogo d'incontro - soprattutto di trasgressione - dei giovani. Il tutto è compenetrato da una leggera, ma insinuante malinconia dovuta alla vanitas, al vuoto lasciato da un vivere esteriore mirante soprattutto alle soddisfazioni erotiche, un vivere del tutto estraneo alla vita spirituale e affiancato soltanto dalla presenza della morte. Bellezza danza con un giovane sensuale e bello quanto lei: consumano e si scambiano pasticche di ecstasy, ma lui eccede e muore per overdose.

LOCANDINA
Bellezza - Sabine Devieilhe - soprano
Piacere - Franco Fagioli - controtenore
Disinganno - Sara Mingardo - contralto
Tempo - Michael Spyres - tenore
Orchestra "Le Concert d'Astrée" diretta da Emmanuelle Haïm
Regia di Krzysztof Warlikowski
Scene e costumi di Malgorzata Szczesniak

1) Sonata (Allegro/Adagio/Allegro). Bellezza - Aria: Fido specchio in te vagheggio lo splendor degl'anni miei: pur un dì mi cangerò. Tu sarai sempre qual sei, io qual sono, e in te mi veggio; sempre bella non sarò. Fido specchio, ecc.
Guida all'ascolto:  La Sonata è composta da un iniziale 'allegro' veramente gioioso (in scena è mostrata la leggerezza dei giovani che si scambiano l'ecstasy). L'«adagio» è più riflessivo e meditativo, affidato al querulo oboe (il bel ragazzo sviene e muore), per concludersi ancora con spensieratezza: quella di Bellezza che si contempla allo specchio, cantando la sua Aria con il 'da capo': A-B-A. La parte A 'Fido specchio', la B 'Tu sarai sempre qual sei', e la ripetizione, testo e musica di A 'Fido specchio' (perciò 'da capo'). 
Nota: tutte le Arie dell'Oratorio sono con il 'da capo'.

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2) Piacere - Recitativo:   Io che sono il Piacere giuro, che sempre sarai bella. 
Bellezza: Ed io, io che sono la Bellezza giuro di non lasciarti: e se manco di fede importuno dolor sia mia mercede. 
Piacere - Aria: Fosco genio, e nero duolo mai non vien per esser solo, Perché un sol, mille ne fa. Chi l'impero non toglie dal pensiero giorno lieto non avrà. Fosco genio, ecc. Tempo - Recitativo: Ed io che' Tempo sono... Disinganno: unito al Disinganno.. Tempo: discoprirò, che la Bellezza è un fiore... Disinganno: che in un sol giorno è vago e bello, e muore. Disinganno - Aria: Se la bellezza perde vaghezza, se cade o more non torna più. E un sol momento ride contento il vago fiore di gioventù. Se la bellezza, ecc. 
Guida all'ascolto: Piacere è affidato alla voce di controtenore (che canta in falsetto, con voce di testa, ad imitazione dei castrati). Ma eccelle l'Aria di Disinganno la cui tristezza è evidenziata dal dolce/triste timbro del violoncello - a suggerirci la precarietà della bellezza  -affiancato dall'organo  in prezioso contrappunto (punctus contra punctum = nota contro nota).

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3) Tempo - Recitativo: I colossi del sole per me caddero a terra: e una frale beltà meco fa guerra?     Tempo - Aria: Urne voi, che racchiudete tante belle: apritevi, mostratemi se di quelle qualche luce in voi restò. Ma chiudetevi: sono larve di dolore, sono scheletri d'orrore ch'il mio dente abbandonò. Urne voi, ecc.  
Piacere – Recitativo: Sono troppo crudeli i tuoi consigli, di Gioventù solo i piaceri son figli.
Bellezza e Piacere – Duetto: Il voler nel fior degl'anni fra gl'affanni passar l'ore è vanità. I pensieri più severi son del verno dell'età. Il voler, ecc.
Guida all'ascolto: Tempo evoca inquietanti immagini di urne cinerarie con un canto pacato, ma accompagnato da ribattuti accordi  degli archi: musica adatta a suggerire la morte (sono scheletri d'orrore). Il regista vede in Tempo - pensando alla sua imprevedibilità - un essere ambiguo che tenta di sedurre Bellezza. 
Il duetto è preceduto da una fanfara di oboi, flauti e fagotti che alternativamente prosegue nel corso dei virtuosismi del soprano e del controtenore in una competizione canora fatta di gorgheggi dal tipico sapore barocco.


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4) Piacere - Recitativo Questa è la reggia mia: vagheggiami diviso in varie forme. Coronato di rose, mira scolpito in bianco marmo eletto leggiadro stuol di giovanetti erranti. Mira quello che dorme, ai papaveri unite l'edere fresche a lui fanno corona, molto crine è disciolto e non si cangia o per pensier s'imbianca. Poi dalla parte manca vedi il dolore in nera pietra espresso, col riso al labbro un bel garzon l'uccide. L'altro, ch'è presso a lui, col fiero ciglio, guarda le soglie della reggia, e dice: “ite pallide cure, ite in esiglio."
SONATA  -   Bellezza: Taci! Qual suono ascolto?
Piacere - Aria Un leggiadro giovinetto bel diletto desta in suono lusinghier. E vuoi far con nuovo invito che l'udito abbia ancor il suo piacer. Un leggiadro giovinetto, ecc. Disinganno - Aria Crede l'uom ch'egli riposi quando spiega i vanni (ali) occulti. Ma se i colpi sono ascosi, chiari poi sono gl'insulti. Crede 1'uom, ecc. 
Guida all'ascolto: Evidenti gli accompagnamenti - come basso continuo - del clavicembalo e dell'organo la cui presenza perdura anche nella Sonata e nell'Aria di Piacere. Haendel riserva a Disinganno una cantabilità scorrevole anche nello svolgimento dei melismi delicati e moderatamente virtuosistici.




5) Tempo – Recitativo: Te credi che sia lungi, e il Tempo è teco. Bellezza: Piacere, io non t'intendo; meco sempre tu sei, misto d'affanno, e meco è sempre il Tempo, e il Disinganno. Tempo: Quanto chiude la terra è il regno mio. Se me veder non vuoi, pensa di farti in Cielo un'altra sede; in Cielo, ov'io non giungo, e dove bella Eternità risiede. Fa di me miglior uso, che se il Piacer t'inganna con tardo pentimento mi chiamerai: et io dirò "non sento'. Tempo – Aria: Folle, dunque tu sola presumi che non voli più il Tempo per te? Vo per mari, per monti, per fiumi, chiuse rocche fra bellici orrori lieti alberghi di rozzi pastori solo ardito trascorro col piè. Folle, dunque, ecc. 
Disinganno – Recitativo: La reggia del Piacer vedesti, or vieni. Tempo Chiedi piacer sincero; vieni alla reggia, ove risiede il vero. Bellezza – Aria: Se non sei più ministro di pene, per vedere ove è il vero piacere la tua scorta fedel seguirò. Piacere: Non lasciare la strada fiorita: tu non sai qual sentiero t'addita . Disinganno e Tempo: Se ti vanti piacere sincero, perché fuggi lo specchio del vero? Piacere: Io preparo presenti contenti, e non offro un'immagin di bene ch'agli eroi per idea s'inventò. Bellezza: Se non sei, ecc.
Guida all'ascolto: L'Aria di Tempo (Folle, dunque tu presumi) è in 3/4, leggera come un valzer, ornata di vocalizzi non tanto frequenti nella voce tenorile (ma lui deve 'volare'). Bellezza è dubbiosa (Se non sei più ministro di pene), ma Piacere lusinghiero insiste (non lasciare la strada fiorita). Tempo rivolge ancora le sue attenzioni erotiche verso Bellezza.



6) Piacere - Recitativo Tu vivi invan dolente, se mi cerchi e mi chiami, io son presente.
Piacere - Aria: Tu giurasti di mai non lasciarmi, o il dolore che sia tua mercede. Se risolvi di più non amarmi, sai la pena a chi manca di fede. Tu giurasti, ecc. Tempo - Recitativo: Sguardo, che infermo ai rai del sol si volge, non sostiene il gran lume, incolpa il sole, et è l'error dei sensi. Che risolvi? Che pensi?
Bellezza - Aria: Io vorrei due cori in seno: un per darlo al pentimento, al piacer l'altro darei. Disinganno Ma dimmi, a qual piacere? Bellezza: Al piacer che più sereno pone in vista il mio contento, di cui poi mi pentirei. Io vorrei, ecc. Disinganno - Recitativo: Io giurerei, che tu chiudesti i lumi nello specchio del vero. Bellezza: I lumi io chiusi perché timor mi prese di perder la bellezza, e il mio Piacere. Disinganno: Quanto l'alma è più bella della spoglia mortale tanto a Piacer terreno vero Piacer prevale. Disinganno - Aria: Più non cura valle oscura chi dal monte saggio vede ch'ella siede in basso orror. E d'averla un giorno amata è cosi l'alma sdegnata che detesta il proprio error. Più non cura, ecc.
Guida all'ascolto: Il controtenore argentino Franco Fagioli (Piacere) sfoggia la sua estensione vocale che, nel registro basso, si fa fastidiosamente gutturale (nel 'da capo' dell'Aria 'Tu giurasti'), però con effetto drammaturgico di notevole spessore (il dolore sia tua mercede).
Toccante l'accompagnamento del violoncello all'Aria di Bellezza 'Io vorrei due cori in seno'.
La voce del contralto Sara Mingardo ha un calore appropriato - direi materno - nell'indurre Bellezza a rifiutare i piaceri terreni (l'alma sdegnata che detesta il proprio error).



7) Bellezza, Tempo, Disinganno e Piacere (Quartetto) Bellezza: Voglio Tempo per risolvere... Tempo: Teco è il Tempo... Disinganno: ed il Consiglio... Piacere: ma il Consiglio è il tuo dolor. Tempo: Pria ch'io ti converta in polvere, segui il ben... Disinganno: fuggi il periglio... Piacere: tempo avrà per cangiar cor. Bellezza: Voglio Tempo, ecc.
Bellezza – Recitativo: Presso la reggia ove il Piacer risiede giace vago giardino. Ivi torbido rio si muove appena per aura densa e grave; dimmi, quel rio, d'onde deriva? Disinganno: Ascolta. Deriva da quei pianti che sparge il mondo insano, e formano quell'aura gravi e densi sospir di folli amanti. Bellezza: Giunge quel rio nel mar? Disinganno: Manca per via, perché il suo fine, e il buon sentiero oblia. Bellezza: Ed il pianto de' giusti? Disinganno: Ha stille, che in vederle sembrano vili, e pure in ciel son perle.
Piacere - Aria:Lascia la spina”, cogli la rosa; tu vai cercando il tuo dolor. Canuta brina per mano ascosa, giungerà quando nol crede il cor. Lascia la spina, ecc.
Guida all'ascolto: Di straordinaria complessità contrappuntistica il quartetto che fonde le voci dei quattro personaggi, ognuno dei quali - pur all'interno dell'impasto sonoro - conserva la propria fisionomia, drammaturgica e musicale, haendeliana. 
Piacere, con l'Aria 'Lascia la spina, cogli la rosa' (già usata da Haendel nel 1705 in 'Almira', diverrà nel 1711 la celeberrima 'Lascia ch'io pianga' del 'Rinaldo') fatta di seducente cantabilità, farà sì che - almeno momentaneamente - Bellezza gli sia fedele. 



8) Disinganno e Tempo - Duetto: Il bel pianto dell'aurora che s'indora, è una perla in ogni fior. Pur men grato è quell'umore di quel pianto, che in un core già pentito, apre il dolor. Il bel pianto, ecc. Bellezza-Recitativo: Piacer, che meco già vivesti, il vero tu mira ancora in questo specchio, o vola sì lontano da me, che del tuo vil natale io mai più non rammenti il quando e il come, e di te perda e la memoria, e il nome.

Guida all'ascolto: Raramente si ascolta un canto tanto delicato e sublime: la voce del tenore (Michael Spyres) e quella del contralto (Sara Mingardo), accompagnati dal violoncello del basso continuo, ci offrono una della pagine più commoventi di Haendel. La grandezza di quest'autore - celebrato per il 'Messia', l'«Alcina» o altre composizioni conclamate - mostra il suo lato più introspettivo e meno trionfale, proprio in quest' Oratorio che celebra il trionfo.
Bellezza si allontana da Piacere (vola sì lontano da me) mentre - in una specie di iniziazione - viene vestita di bianco con il cristogramma ihs ricamato sul petto.




Per ragioni di Copyright si è dovuto escludere la conclusione dello spettacolo di Aix-en Provence, e sostiturla con una esecuzione priva di immagini.
Gli interpreti sono:
Piacere: Krisztina Szabò soprano.
Bellezza: Amanda Forsythe soprano.
Pacific Baroque Orchestra diretta da Alexander Weimann.

9) Piacere - Aria Come nembo che fugge col vento da te fuggo sdegnato e severo. Se l'inganno è il mio solo alimento come viver io posso nel vero? Come nembo, ecc. 
Bellezza – Recitativo accompagnato: Pure del Cielo intelligenze eterne, che vera scuola a ben amare aprite, udite, angeli, udite il pianto mio, e se la Verità dal Sole eterno tragge luce immortale, e a me lo scopre, fate che al gran desio rispondan l'opre. 
Bellezza - Aria Tu del Ciel ministro eletto non vedrai più mio petto voglia infida, o vano ardor. E se vissi ingrata a Dio tu custode del cor mio a lui porta il nuovo cor. Tu del Ciel, ecc. 


Guida all'ascolto: Piacere rinuncia definitivamente a Bellezza con un canto dall'agilità vorticosa come nembo che fugge col vento. Lei sceglie di votarsi a Dio (farsi suora). L'interpretazione del soprano è di grande impatto drammatico e la sua Aria conclusiva mostra la capacità di produrre note acutissime senza forzare la voce: addirittura cantandole in pianissimo.
Il regista Warlikowski che ha diretto lo spettacolo indimenticabile di Aix-en-Provence supera, a questo punto, se stesso traducendo la conversione di Bellezza nell'atto estremo del suicidio, compiuto con un frammento dello specchio in cui si è rimirata sin dall'inizio dell'Oratorio: 'Fido specchio in te vagheggio lo splendore degli anni miei'.








Profondamente commosso per le emozioni destate in me da quest'opera di Haendel che non conoscevo, perché obliata dalle più note composizioni dell'autore (pregne di sapienza compositiva esteriorizzante, prevalentemente, suggestioni piuttosto di profondi affetti ed emozioni) invito tutti ad un ascolto attento e riflessivo.
  




lunedì 6 giugno 2016

M E T A M O R F O S I  
Contrappunti e Trasformazioni incantatorie


KAFKA - LA METAMORFOSI



DRESDA bombardata - Febbraio 1945

Parlare di 'contrappunto' significa innanzi tutto riferirsi alla polifonia musicale (punctus contra punctum = nota contro nota), ma quando ci si rapporta al sinonimo 'comparazione', il significato può essere esteso alle argomentazioni mitologiche, ai motivi stilistici - armoniosamente compositi - di un'opera letteraria, teatrale e cinematografica.
Le due immagini che aprono questo testo, si riferiscono a due trasformazioni ben diversificate: la prima rinvia all'inventiva di Franz Kafka che, nel racconto 'La metamorfosi', descrive la mutazione del protagonista Gregor Samsa in uno scarafaggio e il suo adattamento alle consuetudini dell'insetto. La seconda rappresenta una cruda realtà: la distruzione della città di Dresda - avvenuta con il bombardamento aereo del 2 febbraio 1945 -, dove stava la 'Semperoper', il teatro d'opera luogo di rappresentazione di tanti melodrammi di Richard Strauss. Motivo dello sconvolgimento emotivo del compositore che, sommato all'abbattimento della Bayerische Staatsoper il 3 ottobre 1943, lo indusse a scrivere 'Metamorphosen', il brano che concluderà - in modo persistentemente incantatorio - i nostri ascolti.
Di metamorfosi abbiamo già parlato nel proporre il 'Sogno di una notte di mezza estate' di Mendelssohn, 'musiche di scena' per l'omonima commedia di William Shakespeare; qui si recita la vicenda di 'Piramo e Tisbe' - tratta dal poema 'Le metamorfosi' di Ovidio - e  della magica mutazione della testa di un uomo in quella di asino.
Sovviene ora un altro celebre autore della letteratura latina: Lucio Apuleio (125 d.C. - 170 d.C.)  e il suo romanzo dal doppio titolo: 'L'asino d'oro', oppure 'Le metamorfosi'. Il protagonista Lucio, si reca in Tessaglia ospite del ricco Milone la cui moglie è una maga. La vede trasformarsi in uccello e le chiede di trasformare anche lui; ma la maga sbaglia pomata e Lucio diventa asinopur conservando anima e mente umane. Potrà riacquistare le proprietà dell'uomo soltanto mangiando un cespo di rose. Rapito da alcuni briganti viene portato nella loro grotta dove una vecchia racconta la favola di 'Amore e Psiche' della quale Cupìdo (Amore) si innamora e la fa condurre nel suo palazzo. Ogni notte - al buio per non essere visto - la possiede raccomandandole di non far nulla per conoscerlo. Ma Psiche non resiste alla curiosità e con una lanterna illumina il volto del dio che immediatamente fugge. Psiche fa di tutto per riaverlo, affronta e supera molte prove volute da Venere, finché Amore le viene in aiuto e ricorrendo a Giove, ottiene per lei l'immortalità. Così Apuleio conclude la favola: 'Psiche divenne sposa di Amore secondo le prescrizioni del rito e, quando il tempo per il parto fu terminato, nacque loro una figlia che noi chiamiamo Voluttà' (... et nascitur illis matro partu filia quam Voluptatem nominamus').
Lucio cambia molti padroni ed è testimone delle nefandezze umane; alla fine si addormenta in una spiaggia e - avvertito dalla dea Iside - interviene alla processione fatta in onore della dea e mangia le rose che un sacerdote porta in mano. Riacquista così la forma umana e, consapevole di aver peccato di curiosità come Psiche, diviene sacerdote di Iside e Osiride. La metamorfosi si è nuovamente verificata.
La scrittrice inglese Mary Schelley (1797-1851) scrive il romanzo 'Frankenstein' che porta il sottotilo 'il moderno Prometeo' rifacendosi al mito greco del titano che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, e rapportandosi anche al poema 'Le metamorfosi' di Ovidio in cui Prometeo modella l'essere umano con l'argilla. 
Sanctius his animal mentisque altae = Ma un animale più nobile, di più elevato intelletto, / degno di primeggiare su tutti gli altri mancava. / Ed è nato l'uomo: sia che a modellarlo da seme divino / fosse il Fabbro di tutte le cose per promuovere il mondo, / sia che la giovane terra distinta appena dall'etere / preservasse l'impronta dello stampo celeste, / e il figlio di Giàpeto [Promèteo]  ,lui, l'avesse impastata con acqua piovana / per improntarla ad immagine degli dei padroni di tutto //. 
                                                                         [Ovidio 'Le metamorfosi', Libro Primo: 76/83]

Il nostro percorso deve condurci alle 'Metamorfosi' (Metamorphosen) di Richard Strauss, e per prepararci in modo appropriato, dobbiamo procedere attraverso forme e generi che possano introdurci consapevolmente nelle continue trasformazioni (metamorfosi) presenti nel brano. La tecnica oppure il genere musicale, più consono ad addestrarci è il perpetuum mobile  (o moto perpetuo),  composizione dal carattere virtuosistico e veloce, che viene ripetuta ostinatamente senza pause.
Come tecnica serve a sottolineare una particolare evoluzione della melodia di un brano: al pianoforte può farlo la mano sinistra, o la destra, con una sequenza di note di breve durata (crome o semicrome). Come genere, è l'intera composizione a portarne il titolo e a svilupparne la forma. 
Ma la nascita del 'perpetuum mobile'  ha riguardato, in primo luogo, la fisica: utopistico tentativo di mantenere indefinitamente in movimento una macchina senza apporto di energia: teoria negata già da Leonardo in seguito alle sue puntigliose sperimentazioni.
Ma, abbiamo già detto, essere anche una tecnica musicale basata sulla ripetizione di una figura ritmica, un ritorno dell'uguale nell'andamento di una composizione. Considerando la marea di note che  lo caratterizzano, può apparire un genere essenzialmente virtuosistico, ma quando la vigoria ritmica è accompagnata da un notevole grado contenutistico, l'effetto finale sarà determinante per creare un effetto incantatorio e, spesso, anche liberatorio.

Passiamo agli ascolti: Johann Bessler (1680-1745), inventore tedesco, e il suo tic-tac di 'Ewige Rad'. Bela Bartok (1881-1945) 'Perpetuum mobile' - Viràg Harzai al pianoforte. Benjamin Britten (1913-1976) 'Moto perpetuo' - Orchestre Nouvelle Europe dir. Nicolas Krauze. Max Reger (1873-1916) 'Perpetuum mobile' - Roberto Marini organo.
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Gyorgy Kurtàg (1926-) -'Jàtékok' (Giochi) - Zoltan Kocsis pianoforte. Fatto esclusivamente di 'glissando' dal forte impatto emotivo. 
Johann Strauss jr. (1825-1899) -  'Perpetuum mobile' -  Vienna Philharmonic  dir.  Herbert  von Karajan. Niccolò Paganini (1782-1840) - 'Moto perpetuo' - Salvatore Accardo violino, London Philharmonic dir. Charles Dutoit.
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Eliot Carter (1908-2012) - 'Otto pezzi per timpani - moto perpetuo' , Michael Venti ai timpani.
Arvo Pärt (1935-) -'Mouvement Perpetuell op.10 per orchestra' - Estonian National Orchestra, Paavo Järvi direttore.
Ferruccio Busoni (1866-1924) -'Perpetuum mobile' - Egon Petri pianoforte.
Johann Sebastian Bach (1685-1750) - 'Preludio e Fuga in Lamin BWV543'- Andrea Marcon organo.
Il moto perpetuo (N.B.: la definizione non appartiene a Bach) riguarda soltanto il Preludio (la Fuga è troppo codificata per concederlo) e passa dalla mano Dx alla Sx, ad ambedue contemporaneamente e - a volte - anche alla pedaliera. 
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Felix Mendelssohn Bartholdi (1809-1847) - 'Perpetuum mobile op.119', arrangiamento per Trio con pianoforte - Trio Streeton.
Alfredo Casella (1883-1947) - da 'Sei Studi op.70, Perpetuum mobile' - Andrea Barbace pianoforte
Paolo Fresu (1961-) - 'Moto perpetuo' - Paolo Fresu, Devil Quartet (tromba, chitarra, contrabbasso e batteria).
Franz Schubert (1797-1828) - 'Gretchen am Spinnrade, Lied op.2 D118 - Kiri Te Kanawa soprano, Richard Amner pianoforte.
'Gretchen am Spinnrade' (Margherita all'arcolaio), Lied (canzone) di Schubert, va presentato più diffusamente perché il testo è tratto dal 'Faust' di Goethe e per la particolarità di contenere un non dichiarato, ma esplicito 'moto perpetuo'. Il pianoforte è il protagonista di questo Lied: la mano destra, con le sestine (sei note legate strettamente l'una all'altra) ripetute, evoca il movimento dell'arcolaio, mentre l'andamento sincopato della mano sinistra, unita alla concitazione del canto, suggerisce tutto il turbamento di chi è innamorato. Nel momento in cui Margherita ricorda il bacio di Faust  (und ach!, sein Kuss! = e ah! il suo bacio!) una dissonanza interrompe bruscamente il brano con una pausa di grande effetto drammatico. 
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Fryderyk Chopin (1810-1849) - 'Sonata per pf N.2 in Si bemolle minore op.35 - Finale, presto'.
E' il brano più sconvolgente scritto da Chopin e, forse, non solo da lui. E' un 'presto' velocissimo da suonare 'sottovoce e legato' (nello spartito). Se la morte è implicita nel terzo movimento - marcia funebre -, nel finale è esplicitata in maniera tutta particolare: le note sono terrificanti nella loro uniformità, nel loro timbro freddo, nella spettrale sonorità. Non c'è melodia né armonia e il ritmo è sempre uniforme; paradossalmente tutto è statico in un incessante srotolamento di note (ecco il richiamo al 'perpetuum mobile'): è la staticità della morte suggerita da un freddo, gelido alitare di note. 
Ascoltiamolo nella esecuzione di Vladimir Ashkenazy.

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Questo percorso fatto di perpetuazioni motiviche e ritmiche del suono, ci fa approdare al momento musicale conclusivo espresso sin dall'inizio del nostro argomentare:
'Metamorphosen, studio per 23 archi solisti'  (1946)
(per 10 violini, 5 viole, 3 contrabbassi) di Richard Strauss (1864-1949).  Sono elaborazioni musicali sfumate e gradualmente progredienti, suggerite anche dalle mutazioni del paesaggio dovute alle distruzioni belliche. La scelta dei ventitré strumenti ad arco, conferisce al brano l'omogeneità timbrica appropriata alla condizione luttuosa, evitando qualsiasi traccia descrittiva. L'ininterrotta elaborazione tematica suggerita dal titolo non va intesa come 'variazione su un tema', ma come una trasformazione continua di temi e motivi sorgenti l'uno dall'altro, in forma contrappuntistica, sino a sfociare nella rielaborazione della marcia funebre di Beethoven (secondo movimento della Sinfonia N.3 in Mi bemolle maggiore - 'Eroica'), per assumere il significato di un epitaffio. 
Il primo movimento è un 'adagio ma non troppo' al quale segue un 'agitato' che, dopo una drammatica, inattesa pausa dell'intera orchestra, sfocia nuovamente nel 'tempo primo'. Chiude la Coda con un 'molto lento'.
E' un lungo compianto, meditativo e tragico, di severo contrappuntismo e di conturbante, mestizia musicale. Non è la Sehnsucht di stampo romantico che rode l'animo, ma una trepidazione che sta nell'iperuranio, nel mondo delle idee: non idee mimetiche, ma trasfiguranti la realtà. Strauss, e noi con lui, voliamo alti e scorgiamo ciò che la sua musica evoca: i conflitti esistenziali e la capacità di trascenderli con una lieve ma persistente commozione. Quella voluta dalla pausa e dal molto lento che rimembrano, oltre alle distruzioni belliche ispiratrici dell'opera, il lento avanzare dell'età nell'uomo (Strauss era ottantaduenne alla scrittura del brano) e le trasformazioni/metamorfosi che conducono alle regressioni ineludibili della vecchiaia e al fatidico epilogo. 

Ascoltiamo "Metamorphosen, studio per 23 archi" di Richard Strauss, nella esecuzione della Staatskapelle di Dresda diretta da Rudolph Kempe.

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