martedì 12 settembre 2017


JEAN SIBELIUS
 musicista dei paesaggi nordici 






foto tratta da 'The Grand Lodge'

Come rimanere insensibili ai colpi di timpani che danno inizio alla settima sinfonia in un toccante adagio svolto dagli archi e dai legni? Non è un motivo 'cantabile' (nel senso proprio di poterlo canticchiare), ma è molto intenso e penetrante nella sfera affettiva, austero e sconsolato come lo sconforto e l'angoscia che Sibelius stava vivendo al tempo della composizione. Si era rifugiato nell'alcool come mezzo di controllo - secondo la sua convinzione - del tremolio della mani che gli impedivano di scrivere e dirigere.

clicca VEDI e ASCOLTA  inizio della Sinfonia 






Parlo della Sinfonia N. 7 in Do maggiore op.105 composta da Jean Sibelius (1865 - 1957) nel 1924 in un unico grande movimento: perciò - in un primo tempo - l'aveva denominata Fantasia sinfonica. Eseguiti senza soluzione di continuità, stanno al suo interno, un adagio, un vivacissimo, un allegro molto moderato e una coda conclusiva, ancora in tempo adagio: drammatica al punto da evocare - sommessamente ma insistentemente - l'«urlo» di Munch. 
Un grido di stupore anziché di orrore, suggerito dalla natura pervasiva che circonda l'uomo del quadro: la natura scandinava comune ai due artisti che diviene 'nostra' - propria di noi ascoltatori della settima sinfonia di Sibelius.
Intendo scrivere di quest'opera in termini per me nuovi perché privi di considerazioni teoriche riguardanti la prassi musicale.
Perché questo mio mutamento, questo ripensamento, questa mia ponderata meditazione su di un'opera che conosco da oltre un quarantennio? Invecchiando si ritiene di poter osare la sconvenienza esponendo criteri interpretativi poco canonici: criteri dettati da sensazioni sonore prodotte da segnali acustici che vanno a colpire prevalentemente la sfera sentimentale piuttosto di quella razionale voluta dalle regole - formulate nei vari secoli - come quelle della teoria musicale, dell'armonia e del contrappunto. Non tenerne conto, o farlo soltanto parzialmente (un musicologo non può disconoscere la sua formazione), è legato alla psicologia della vecchiaia e al desiderio di abbandonarsi ad emozioni istintive, vissute spontaneamente, ingenuamente - come vuole Schiller - legate sensazioni prive di sostegno culturale. 
Ascoltare musica in tal modo, significa farsi avvolgere dai suoni intesi nel loro timbro, nella loro intensità, nella loro varietà slegata da norme compositive per privilegiare la capacità recettiva naturale. 
Ecco allora che l'intervento dei tromboni, nella settima di Sibelius,  crea un'atmosfera musicale astratta e onirica che possiamo legare al paesaggio e al mito nordico.


clicca VEDI e ASCOLTA  tema dei tromboni





Scrive Sibelius: "Ampiamente si levano le foreste del Nord, i sogni selvaggi, antichi, misteriosi e meditativi. Dentro vi abita il potente Dio della foresta e i segreti magici delle tenebre".
La sua musica è stata per anni sottovalutata dalla critica (Adorno, il famoso filosofo e musicologo, definì Sibelius una 'schiappa' [sta in 'Minima moralia' ] ) che ora rivede la sua posizione con criteri propriamente ermeneutici riconoscenti il contributo da lui dato alla cultura del XX secolo, similmente alle architetture dei contemporanei e conterranei Saarinen e Alvar Aalto.

Nel 1930 smette di comporre e attende la morte - immerso nell'alcool e condizionato da forti depressioni - che avverrà nel 1957, all'età di novantuno anni.
   
Sibeliua nel 1939 - immagine tratta da Wikipedia -


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Solitamente i tempi veloci sono distensivi e briosi. Questo vivacissimo, invece, vive in un'aura poetica magica le cui suggestioni possono rifarsi solamente ai paesaggi nordici.
L'orchestra intera, ma particolarmente gli archi eseguono, con brevi arcate, note staccate e legate in crescendo e decrescendo. Tutto è molto coinvolgente e sembra preparare il ritorno dei tromboni con il loro inequivocabile tema.
La sinfonia si chiude con un breve adagio struggente e disperato: espressione dell'emotività vissuta da Sibelius in quel periodo. Una conclusione scritta in modo affettuoso ed intimo: esternazione del suo testamento spirituale.


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Ascoltiamo l'intera sinfonia eseguita dalla 'Det Kongelige Kapel' (l'orchestra reale danese) diretta da Sir Simon Rattle.

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Abbandoniamoci ad un ascolto di grado emotivo piuttosto che intellettivo: la razionalità non ispira Sibelius.
La peculiarità del paesaggio nordico sì!



  



venerdì 30 giugno 2017


UN LIBRO PER TUTTI
 e per nessuno

Vorrei leggere un libro dal contenuto inespresso, dedicato ai dotti e agli analfabeti: leggibile soltanto dalle persone dotate d'immaginazione e di una capacità creativa talmente spiccata da inventarsi il non detto; perché una traccia, seppur soltanto suggerita, dovrà pur esser data.
Attratto dal titolo inconsueto compri il libro e - per la smania di leggerlo - corri a casa: se sei a piedi acceleri il passo, se sei in bicicletta pedali forte, se sei in tram eterna ti sembra la sua attesa, se prendi un taxi allunghi una mancia per avere il percorso più breve. Tutto è vano: disteso sulla chaise longue, sul divano o sul letto, seduto al tuo scrittoio (quale impegno!) o chissà dove, il libro non lo aprì. Perché è un 'oggetto' prezioso, da annusare (ogni editore usa un certo tipo di carta, distinta anche dall'odore) e rigirare tra le mani per appropriarti della sua peculiarità. Ma questo è un libro d'altri tempi, intonso, con le pagine da tagliare una ad una. Eppure stava tra le novità. Forse l'autore ha voluto impegnare il lettore sin dall'inizio, ancor prima di immergerlo nella lettura: forse ha procrastinato l'evento educativo, cercando un alibi per giustificare la consapevolezza - di lui autore - della inconsistenza semantica del libro, dell' inutilità del suo scritto.
Lo scrittore premia il lettore
Ma il lettore che nulla legge va premiato e, lo scrittore, lo compensa sollecitando la sua fantasia ad aprirsi all'ascolto di un brano musicale quasi dimenticato, ma facilmente riconoscibile. E' "Deep Purple" di Peter de Rose, tratto dal 78 giri edito, nel 1939, dalla casa discografica Grammophon, quella  del fox-terrier posto davanti alla tromba del fonografo, incantato ad ascoltare l'orchestra di Erhard Bauschke. 

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Il lettore che ascolta anziché leggere, diviene un ascoltatore che ascolta più incantato del cagnolino. L'allitterazione (anafora come ripetizione) è voluta dallo scrittore per amplificare l'incanto e condurre il probabile lettore in una sfera psichica onirica e straniante: ma la maturità frena gli impulsi che il ritmo del fox-trot provocava nella sua giovinezza, e lo avvia - in una specie di rapimento estetico - verso una sfera nostalgica velata di malinconia. Ricorda le ragazze che teneva tra le braccia ballando, in attesa che l'orchestrina eseguisse un tango o uno slow, per stringerle a sé più forte e sentire i reciproci palpiti. E ricorda le suggestioni indotte dalla lettura del 'Fuoco' ed altri romanzi di D'Annunzio che allora prediligeva: non solo per il contenuto esaltato ed esaltante sul piano erotico, bensì per la raffinata forma che riconosceva come decadente, ma linguisticamente formativa.
E il libro che ho appena comprato cosa insegna? Quali spunti di riflessione sollecita? Il titolo è ambiguo perché suggerisce una capacità espressiva comprensibile in ugual misura a tutti e a nessuno. Se è per tutti potrebbe caratterizzarsi come testo divulgativo o pedagogicamente formativo. Se è per nessuno il contenuto potrebbe avere trascurabile rilevanza, oppure un tal rilievo da riuscire incomprensibile a tutti. Perché scriverlo allora? Per se stesso? Forse per mirare ad una capacità astrattiva talmente slegata dalla realtà da innalzare la sua opera alle sfere dell'iperuranio: quelle proprie alle idee platoniche. Che non peccano di mimesi, che nulla copiano e bastano a se stesse perché stanno all'origine delle cose, alle origini del mondo. Spero, pensa il lettore, che il nessuno si riferisca - come ha fatto Joyce con l'«Ulisse» e il suo pregevole ma disordinato scorrere dei pensieri - a coloro che hanno grandi capacità connettive e interpretative: ma io non appartengo alla categoria degli eletti e vivo, e leggo, come posso e, se possibile, come voglio. Anche nella scelta delle letture. Eppure, malgrado la mia volontà, mi trovo spiazzato davanti a questo acquisto improvvido, particolarmente strano e  -  proprio perciò  -  stimolante.  
Infatti la prima pagina dice:                       
                        Leggi ciò che la fantasia ti suggerisce
E null'altro, il resto è vuoto, solo il bianco avorio della carta, senza una i o una o, senza una macchia la cui forma possa suggerirti un'idea: quella che gli psicoanalisti ti chiedono di interpretare per sondare il tuo subconscio. 
Dovrei creare qualcosa? ... E cosa?  Non ho mai scritto nulla se non cartoline dalle vacanze. Ah, mi sovvengono le lettere inviate alle morose! Quelle più sentite erano veramente straordinarie, perché le pulsioni erotiche sollecitavano il volo della fantasia che si faceva vivace, fervida e creativa. Ma la vecchiaia smorza le fiamme ardenti delle passioni, e non saprei inventare o scrivere stimolando l'immaginazione per illudere me stesso. Ormai son quel che sono e nulla mi è concesso che possa soddisfare la richiesta dell'autore dello strano libro: sono ancorato alla realtà che vieta divagazioni fantasiose. Potrei scrivere il diario di una mia giornata, ma nulla avrebbe a che fare con l'invenzione. E riuscirebbe deprimente! 
Verso dell'inchiostro sulla pagina del libro che chiudo e riapro: si forma questa macchia da interpretare. Cosa vedo?
disegno tratto da 'Psicologi italiani.it'

Due occhi puntuti mi guardano sbarrati per leggere il mio io. Mi rifiuto di concederlo e mi aggrappo alle due orribili, rapaci mani che verso me si protendono. Rami, foglie e fiori vorrebbero attenuare l'angoscioso messaggio inviato. Ma sono neri e accentuano l'incubo. L'ipotetico psicoanalista mi chiede quale sia l'elemento grafico che maggiormente mi ha turbato: "sono le due mani che vogliono trascinarmi altrove". Dove? "Dottore! Dove se non nell'oblio eterno?"

Il libro dall'inconsueto titolo sta sempre sul tavolo, con una macchia in più nella prima pagina.
Giro il foglio ed è bianco. No! Sembra bianco ma, in basso a destra, sta scritto 
   Continua a tuo piacere
Il piacere è tutto da scoprire. Soprattutto dall'eventuale lettore che avrà l'ardire di misurarsi con la propria  perseveranza. Perché il libro sarà frutto di un improvvisato scrittore costretto a inventare qualcosa da leggere lui stesso. Lui, nato come lettore cui è vietata la lettura di uno strano libro, privo dell'intrinseco valore della cosa in sé, dell'essenza sua propria, carica dei pregi e dei difetti intrinseci all'oggetto stesso: del suo essere libro.
Decido di nulla leggere e voltare pagina. Ma chi ti ha fatto così ingenuo, penso. Srotola i fogli e nuovamente scoprirai il nulla. Ecco fatto! Il nulla mi suggerisce il nulla: l'universo è nato dal nulla! La conferma l'ho sempre trovata in Democrito e la sua teoria dell'atomismo secondo la quale tutto nasce dal nulla: a-tomos = senza parti. E nessuno mi dissuaderà dalla convinzione che dopo di noi c'è il vuoto più profondo, quello dove sta la quiete, la dissoluzione e la morte che non dà spazio ad inutili speranze di rincontri.
Mi sovviene una poesia di Giorgio Caproni che trascrivo:
"Un'idea mi frulla, / scema come una rosa. / Dopo di noi non c'è nulla. / Nemmeno il nulla, / che già sarebbe qualcosa. / E allora, sai che ti dico io? / che proprio dove non c'è nulla / - nemmeno il dove - / c'è Dio".  (Titolo: 'Pensatina antimetafisicante')
E' vero! Dopo di noi non c'è nulla, dice Caproni, ma lui trova un luogo (che io non riconosco) dove sta Dio.
                                             L'albatro
In una pagina è disegnato un uccello in volo. E mi ronza nell'orecchio una musica che ho ascoltato anni or sono: una specie di breve 'oratorio' in cui si recita una parte tratta dal grandioso, epico romanzo 'Moby Dick' di Melville. E' il 'Concerto dell'albatro' che Giorgio Federico Ghedini (1892 - 1965) ha scritto nel 1945.
Questo è il testo che il musicista ha estratto da 'Moby Dick':
"Ricordo il primo albatro che vidi. Fu durante un lungo colpo di vento in acque remote nei mari antartici. Ero salito sul ponte coperto di nubi e là vidi, gettato sulle boccaporte di maestro, un essere regale, pennuto, di immacolata bianchezza e dal sublime romano rostro adunco.
A intervalli esso allargava le ali immense da arcangelo, come per abbracciare qualche arca santa. Stupefacenti palpitazioni e sussulti lo scuotevano.
Attraverso i suoi inesprimibili, stranissimi occhi mi pareva di scorgere segreti che giungevano a Dio. Come Abramo dinanzi agli angeli io m'inchinai. L'essere bianco era tanto bianco, le sue ali tanto immense. In quelle acque del perpetuo esilio io avevo perduto le meschine memorie di tradizioni e di città che ci distraggono. 
A lungo contemplai quel prodigio di penne: non posso dire, ma soltanto far sentire, le cose che mi guizzarono allora nella mente.
Alla fine, il capitano ne fece un messaggero, legandogli intorno al collo uno scritto e poi lasciandolo fuggire. Ma io non ho nessun dubbio che il messaggio, indirizzato all'uomo, fosse portato in cielo: quando l'uccello bianco volò a raggiungere i cherubini alati invocanti, adoranti".

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Disegno tratto da 'Deviantart.com' (esente da Copyright)


Come scordare l'assolo del violoncello iniziale che ci porta in spazi inesplorati e, perciò, inquietanti?
E'stato opportuno acquistare lo strano libro che, se nulla scrive, accentua la fantasia: la fantasia mia propria, divenuto scrittore piuttosto di lettore. Ma quanto mi sorreggerà la capacità creativa?  Per quanto tempo e in quale grado? E' un bel dire che il bisogno stimola la volontà, ché può essere obnubilata dalla presa di coscienza dell'inutilità di quanto si sta facendo, dalla certezza che il gioco voluto dall'autore del libro bianco, per tutti e per nessuno, riesca soltanto come un gioco inutile a tutti. 
L'inutilità è poi davvero del tutto inutile? Se così fosse, l'arte che a nulla serve non dovrebbe essere né praticata né contemplata. Lo spirito non si nutre di cibo, ma di elementi inessenziali, incorporei ma più vitali della vita stessa: quando è saturo non è pieno di sostanze nutritive bensì di essenze capitali ed essenziali che lo riguardano: pienezza dell'animo colmo di sentimenti eletti (gioia, tristezza, gaudio, spleen ...), ma non ricolmo, perché l'anelito è inestinguibile e la ricerca dell'ardore inarrestabile. L'arte è il nutrimento dell'interiorità.
E il libro bianco - che nulla esprime in modo esplicito - implicitamente e fantasiosamente sollecita le nostre qualità di scrittori o lettori dormienti. Accendiamole, quindi, sfogliando le imprevedibili pagine alla ricerca dei suggerimenti in esse nascosti. 

                                            AFRO
Nell'angolino in alto a destra di un foglio, c'è una piccolissima finestrella colorata.

La ingrandisco e riconosco  un quadro di Afro Basaldella (1912-1978) friulano come me: quello che amo maggiormente tra i grandi rappresentanti della pittura novecentesca. Fratello di Mirko e Dino, prevalentemente scultori.

AFRO Basaldella - Paese giallo (1957) - Guggenheim Museum, New York

Cosa dovrei dire? Descriverlo? Non è possibile trovare - nella pittura astratta - immagini che riportino alla realtà: quella che, generalmente, tutti cercano e non trovano in un quadro contemporaneo. La riproduzione del vero appartiene alla fotografia, pure questa ormai capace di trasfigurazione dell'oggettività. 
La descrizione di 'Paese giallo' non è facile perché nulla rappresenta: è una natura morta in cui tutto è reso vivo dal colore, dalla gamma cromatica ruotante intorno al giallo, ma priva di forti contrasti. Tutto sembra nascere da episodi depositati nel subconscio del pittore e che riemergono per esser disposti l'uno accanto all'altro con cura estrema ed ineguali delicatezza ed affezione: come rimembranze di episodi del suo vissuto. Mostra un'esistenza tranquilla, priva di forti emozioni: le macchie nere sembrano decorative piuttosto che rivelatrici di turbamenti interiori. Evidentemente l'autore del nostro strano libro ha voluto indurci ad un momento di quieta riflessione. Sembra dilettarsi con le sue proposizioni di variabile umore. 
                                             Chi sei
Ora scrive 'Chi sei' - con caratteri piccoli e scarsa evidenza nella pagina. Per la prima volta mi chiedo chi io sia veramente: nell'attuale situazione scrivo o leggo? Quale sia la mia identità non so, credo di averla perduta, perlomeno confusa. La lettura educa la mente, stimola il lento pensiero: ma devi disporre di autonoma capacità di giudizio per far tuo un contenuto piuttosto di un altro, e fare un'appropriata scelta nel coacervo di proposte editoriali. A volte un titolo ti lusinga e cadi nel tranello teso dallo scrittore. 'Un libro per tutti e per nessuno' ha mortificato la mia volontà e, maggiormente, la mia individualità: fortunatamente non la fantasia. Che ora il suggerimento 'Chi sei' avvicina i miei ricordi a quello di un amico, provetto fisarmonicista e scultore autodidatta. 
Frequentavo la quarta classe della Scuola Elementare di Fanna quando, nella primavera del 1939, furono inclusi due fratelli che rientravano da Londra a causa dell'incombente seconda guerra mondiale: la maestra ce li presentò come Alfredo ed Estelio. Rimanemmo tutti colpiti dalla ricercatezza del loro vestire, dai loro capelli neri, lucidi e pettinati con una scriminatura perfetta che li caratterizzava come 'gente di città' e non di campagna quali noi eravamo. Alfredo fu iscritto alla Scuola di Musica di Maniago per intraprendere lo studio della fisarmonica che seguì con ottimo profitto. Passano gli anni e nasce l'orchestra 'Arcobaleno' (la cui sigla è la canzone 'Over the Rainbow' = Oltre l'arcobaleno) che per oltre due anni avrebbe allietato, nella 'Sala Eldorado' di Fanna, i danzerini fannesi e di tutto il circondario maniaghese e spilimberghese che vi confluivano.


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Over the Rainbow - Glenn Miller

                                       
Passano altri anni e Alfredo, ormai cinquantenne, abbandona la fisarmonica e si dedica alla scultura.
Il suggerimento 'Chi sei' si riferisce ad un altorilievo che ha posto ai margini del portone d'ingresso di casa sua, chiamandolo 'Cui sotu', che in friulano significa 'Chi sei'.
Altre sculture ha creato e disposto intorno al portone, e tutte riguardano la sua vita. Alcuni titoli significativi: 'La partenza', 'Il destino', 'Bun-dì' (buon gìorno), 'Addio alla terra' e 'Terremoto'.
E compone, su testo del poeta di Fanna Vittorio Cadel, la 'ballata' intitolata 'Bussimi' (Baciami).
Perdo un amico che tanto mi ha suggerito con la sua continua ricerca della tranquillità interiore. Quella che mi è negata dal libro che sto leggendo: perché io sono 'Nessuno'. Con la enne maiuscola essendo riferibile ad 'Ulisse'. Proprio lui! quello dell' «Odissea» di Omero. Ma io sono ingenuo! Mi manca la sua astuzia. Fatto dimostrato dall'aver comprato un libro tutto da scrivere e non da leggere, per scrivere senza saper scrivere sperando di trovare - nello sfogliare pagine bianche - qualche indizio capace di pungolare la fantasia. Perché tutti, voi lettori, dovete essere coinvolti nel voltare i fogli e scoprire i reconditi segni in essi lasciati dal giocoso, sconosciuto scrittore. 
                                                  Moscerini         
Uno mi dice di voler provare a ruotare rapidamente le pagine e urla per la forte emozione: ho trovato!... ho trovato!...  Un moscerino schiacciato e del sangue rappreso!  Va be', dico io, inventa qualcosa. 
Tante cose potrei dire, ma la priorità la do alla cattiveria umana: perché certamente il libro moschicida non l'ha chiuso il povero insetto. Qualcun altro deve averlo fatto: uno che ha atteso il momento in cui il volo della creaturina alata (essere vivente pure lei) ondeggiasse sulla superficie e planasse dolcemente per cibarsi di qualcosa. O avesse sentito (uomo! a te non è concesso il nostro mondo! a noi non serve il simbolo per contraddistinguere una femmina) il seducente effluvio diffuso dalla sua partner talmente piccola da riuscire invisibile all'uomo. Il suo corteggiare fatto di indugi nel volo, di attraenti disegni tracciati nello spazio, furono avvertiti dalla 'moscerina' che lo attese ad ali aperte seppur distesa. Eros era pronto ad unirli, ma Thanatos (amore e morte sono accomunati in molte specie viventi) intervenne e fu fatale per ambedue. L'uomo cancellò in un istante l'attrazione gioiosa e l'esistenza di due esserini irrilevanti, ma stupefacentemente vitali. E lui, uomo, non provò alcun senso di colpa, anzi fu soddisfatto della sua prodezza. Del libro non si curò, non cancellò la macchia, rimase il marchio di due vite soppresse. 

La fantasia spesso ha degli eccessi, ma qui non va repressa pena la chiusura definitiva del libro. Soffermiamoci al titolo.
Tutti  (un libro per)
Chi sono i 'tutti' suggeriti dal libro: lettori sprovveduti e informati, ignoranti (digiuni di letture) e colti, curiosi e distratti, immaginifici e anodini. Voglio appartenere agli immaginifici perché quella è stata la mia iniziazione alla lettura e alla scrittura: Gabriele D'Annunzio - oggi quasi reietto. Forse, sfogliando, troverò una di queste parole: mila, iorio, piacere, fuoco, innocente. Ed ecco scritto in un foglio 'mi' e nel successivo 'la': se le ritengo note musicali devo parlare di musica, ma - per quanto sia la mia forma d'arte prediletta - sono arcistufo di salire in cattedra per sciorinare le nozioni acquisite con la specializzazione in musicologia.
Scelgo di unirle per ottenere Mila, Mila di Codra, protagonista della tragedia dannunziana in versi.
La figlia di Iorio (1903)
Immane compito quello di scrivere intorno ad un'opera che amo per quanto mi ha dato in gioventù, ma riconoscendo in essa gli attributi di un linguaggio artificioso, caratterizzato da un registro piuttosto alto, difficile da recepire perché lontano dal linguaggio comune. Ma l'ambientazione nel mondo della pastorizia abruzzese tutt'oggi praticata, ci fa credere nelle situazioni mitiche e magiche, ingenue eppur violente presenti in "La figlia di Iorio". Quando, a Natale, le ciaramelle e gli organetti suonano per le nostre strade ci rendiamo conto di come e quanto sia ancora esistente quel mondo ancestrale.

Trama: Il pastore Aligi sta per sposarsi in un'atmosfera di festa che viene turbata dall'irrompere in casa di Mila, figlia del mago Iorio, inseguita da un gruppo di mietitori ubriachi. La giovane donna ha una cattiva fama ed è tacciata di stregoneria. Aligi allontana gli uomini mostrando loro un crocefisso di cera. Il rito nuziale è interrotto; Mila e Aligi si innamorano e vanno a vivere in una caverna. Lazaro di Roio cerca di sedurre Mila, ma il figlio Aligi lo uccide. Il parricida viene condannato a morte, ma la donna si dichiara strega e dice di avere indotto il giovane all'uccisione del padre. Sarà condannata al rogo che lei affronterà con spirito di sacrificio e desiderio di purificazione.

La lettura della Figlia di Iorio richiede un notevole grado di concentrazione da parte del lettore: i versi sono endecasillabi nelle ambientazioni pastorali o religiose, novenari nelle scene violente. 
Trascrivo la scena del parricidio e la conclusione della tragedia:

ALIGI: Padre, tolga il Signore da me / ch'io non vi faccia obbedienza. / E voi giudicare potete / del figliuol vostro; ma questa / creatura lasciate in disparte, / lasciatela piangere sola. / Non l'offendete. È peccato.// LAZARO: Ah mentecatto di Dio! / Di quale santa tu parli? / Non vedi (ti cascassero gli occhi) / non vedi che costei ha di sotto / le sue pàlpebre, intorno il suo collo / i sette peccati mortali? Certo, se la vedono i tuoi montoni, / la cozzano. E tu / hai temenza ch'io non l'offenda! //.
...........................   

MILA: No! No! No! Lasciami! Lasciami! / Non mi toccare. Ecco, viene! / Ecco, viene la tua figlia ... Ornella ora viene. / (Ella si aggrapperà all'Angelo perdutamente, per resistere alla violenza). No, no! Ornella, Ornella, aiuto! / (D'improvviso, alla bocca della caverna, apparirà Aligi disciolto. Vedrà il viluppo nell'ombra. Si precipiterà contro il padre. Scorgerà nel ceppo rilucere l'asce ancóra infissa. La brandirà, cieco di orrore). ALIGI: Lasciala, per la vita tua! / (Colpirà il padre a morte. Ornella, sopravvenuta, si chinerà a riconoscere nell'ombra il corpo stramazzato a piè dell'Angelo. Gitterà un gran grido). ORNELLA: Ah! E io t'ho sciolto! E io t'ho sciolto! //
.........................
MILA: ... Aligi, quando venni allo stazzo, / quando tu mi trovasti seduta / su quella pietra, in silenzio / la tua perdizione compiei. / E tu lavorasti nel ceppo / ah misero te, co' tuoi ferri / l'effigie dell'Angelo malo. / (È quello, coperto col panno /: lo sento.) E io mane e sera / opravo con l'arte mia falsa./ ... Preparai l'ora di sangue, / che contra Lazaro antica / rancura, odio antico nudrivo. / Tu lasciasti l'asce nel ceppo. /
... Quasi notte faceva nel luogo / maligno. Imbestiato il suo padre / presa m'avea pe' capegli / e mi trascinava furente. / Ei sopraggiunse e su noi / si gettò per difendere me./ Rapidamente brandii / l'asce, nell'ombra; colpii, / forte colpii, sino a morte. / Sul colpo gridai: “L'hai ucciso!” / Al figlio gridai: “L'hai ucciso, ucciso!” / Potenza era in me grande. / Parricida lo fece il mio grido / nell'anima sua ch'era schiava. /

IONA: Popolo giusto, ti do / nelle mani Mila di Codra, / la figlia di Iorio, colei / che fa nocimento a chiunque, / perché tu giustizia ne faccia / e tu ne disperda la cenere. / Salvum fac populum tuum, Domine. / Kyrie eleison. / LA TURBA: Christe eleison. Kyrie eleison. / - Alle fiamme alle fiamme la figlia / di Iorio! La figlia di Iorio / e l'Angelo apostàtico al fuoco! / - Alla catasta! All'inferno! / ORNELLA (a gran voce): Mila, Mila, sorella in Gesù, / io ti bacio i tuoi piedi che vanno! / Il Paradiso è per te! / 
MILA (di mezzo alla turba): La fiamma è bella! La / fiamma è bella! //

Alberto Franchetti mise in musica, nel 1906, la tragedia che fu rappresentata al Teatro alla Scala.

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 'Passatemi sopra con l'erpice' - tenore Vincenzo Puma -

 Nessuno (un libro per)
Sei nessuno agli occhi degli altri come ai tuoi? Gli altri ti vedono dall'esterno come tu mai potresti. E formulano giudizi giusti o sbagliati, avventati o ponderati ma (non sempre) obiettivi nella loro oggettiva - equanime perché disinteressata - estimazione del soggetto 'io-nessuno'. 
Spesso le parole non contano: risultano vuote più dei pensieri che frullano nella mia testa. Ricordo il mio nome? No! Ma voglio distinguermi dalle migliaia di persone che mi attorniano e sono, tutte, più nessuno di nessuno: maschere di se stesse per mascherare la loro nullità. Quella della loro stessa esistenza, del credersi quel che non sono: tanto per dare una ragione al loro esistere senza aver chiesto la vita.

Non è facile, ma cerca di suggerire con un'immagine l'idea di niente = nulla = io-nessuno.                                 
Il Nulla = it.freepik.com [non soggetta a copyright]
                               
Il cerchio delimita uno spazio ma - essendo completamente nero - appare come fosse un vuoto riempito di non so che. Se vuoto, cioè bianco, sarebbe vuoto. Trattasi, comunque, di uno spazio vuoto. E la vuotezza è riferita all'animo, alla morale, all'intelletto. Il nero assorbe tutta la luce: perciò è incapace di riflettere gioia e amore, e altrettanto capace di mostrare egocentrismo, infelicità e dolore. 
Ho patteggiato con me stesso tutta la vita per non sentirmi tale, ma non ho raggiunto la felicità: perché non è propria dell'uomo.
Sfoglio ancora il libro e intravvedo due note musicali  
Qualcuno deve scrivere della musica? Non tutti siamo capaci di farlo, non tutti siamo compositori, ma ascoltatori sì! Lettori datevi da fare e, stavolta, anziché leggere ascoltate! Se scegliete il brano giusto sarete ben gratificati. 
Bach? Mozart? Beethoven o qualche altro? Questi in ordine di preferenza mio, ma credo universale. Seguiti da Händel, Haydn, Wagner o Richard Strauss. Opto per Bach, ma quale genere tra le sue eccelse composizioni? Oratori, Passioni, Cantate, brani organistici (per rimanere nell'ambito liturgico), oppure per clavicordi o altri strumenti, soli o con orchestra. Opere concertistiche da eseguire nelle corti dei suoi datori di lavoro (Köten ad esempio) o in omaggio a regnanti quale Federico il Grande di Prussia ('L'Offerta musicale'). Oppure un'opera soltanto scritta, che può essere variamente eseguita o - per i professionisti - soltanto letta mancando di riferimenti ad organici: 'L'arte della fuga' rimasta incompiuta? 
Si propone (chi? io, o un altro?) la 'Fantasia per organo in Solmaggiore BWV572' perché, di per sé, è una forma musicale libera, non vincolata strettamente da norme.
Ma Bach è estremamente costrittivo con sé stesso e segue uno schema ben preciso: una specie di moto perpetuo di carattere contrappuntistico (punctus contra punctum = nota contro nota) imitativo. Il 'tema' è come un fatto germinativo: è come una cellula che pian piano si sviluppa concentricamente per espandersi prima sino alla circonferenza più esterna e, alla conclusione, tornare al centro. Una rappresentazione compiuta dell'ordine delle cose e dell'ordine del mondo.
Ascoltiamola nella esecuzione di Olivier Latry (organista titolare alla Cattedrale 'Notre Dame' di Parigi) all'University of Notre Dame, nello Stato dell' Indiana, in U.S.A.

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J.S.Bach - Fantasia per organo SolM BWV572

Continuiamo il nostro percorso letterario all'interno del libro che letterario non è perché fatto soltanto di vaghi suggerimenti variamente interpretabili da un atipico lettore.
Mi sono stufato del libro e lo passo all'amico che mi sta a fianco, sperando nella sua fantasia ancora vergine riguardo a un libro eccezionalmente singolare.
Lui fa scorrere i fogli e non scopre nulla: le pagine son tutte bianche. "L'autore suggerisce il bianco. E lo dobbiamo interpretare", dice l'amico. "Contrariamente al nero che è fatto di assenza di colore perché li assorbe tutti, il bianco è la somma dei colori che stanno nello spettro solare: quello che vediamo nell'arcobaleno. 
"Questa visione, che ogni tanto ci gratifica, è consolatoria! A significarne la portata immaginativa, la disegnerò sull'ultima pagina.


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Ma penso di non andar oltre e di lasciarti, solo e sconsolato, con il malcapitato libro!"






giovedì 18 maggio 2017


Giovanni  ANTONELLI
e il suo
"Libro di un pazzo"

             Giovanni Antonelli - Stabilimento tipografico cooperativo, Fermo 1909. 


'Il libro di un pazzo', autobiografia  di Giovanni Antonelli (1848 - 1918), fu pubblicato a Civitanova Marche dall'editore Domenico Natalucci nel 1892. Poi l'autore cadde nell'oblio.
Massimo Gezzi lo ha riscoperto e riproposto, pubblicando il libro 'Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli poeta' (Edizioni Casagrande 2016).
Radio3 Suite del  12 maggio 2017 ha intervistato l'autore che ha letto le poesie Infanzia, Mozzo di marina, Con mia madre, Dopo, accompagnato dal brano musicale 'Lacrimae Antique' di John Dowland (1563 - 1626) nella esecuzione del gruppo  di John Halloway (2 violini, 4 viole, 1 violone) incise dall'etichetta ECM. 
Massimo Gezzi è andato oltre scrivendo il poema musicale intitolato 'Uno di nessuno. Io sono Antonelli', in collaborazione con Roberto Zechini autore della musica e lui stesso esecutore alla chitarra.
Ascoltiamo l'intervista e la lettura di Massimo Gezzi delle poesie citate.  
Clicca e ASCOLTA

video

Giovanni Antonelli dimostra sin da bambino una personalità piuttosto complessa. Studia con profitto, ma è insofferente alla disciplina e al vivere comune: a tredici anni si arruola come mozzo in marina e subisce soprusi che incideranno profondamente nella sua psiche. Non ha fissa dimora e vive di espedienti elemosinando e vagabondando per l'Italia.
Si interessa di politica, è anticlericale e propende all'anarchia: il suo rifiuto delle leggi lo condurrà più volte in carcere e i disturbi psichici in manicomio. Antonelli riferisce come fu definito da Enrico Morselli psichiatra, direttore di uno dei manicomi in cui fu ricoverato: "mattoide, politicante, demagogo, utopista, socialista, di bell'aspetto ed ingegno, poeta e scrittore ... Sofferente di megalomania, è convinto che il male lo perseguiti in virtù della sua eccezionale natura. 
Ma il mio male, stimato direttore, è solo una risposta alla abiezione di cui mi vorreste vittima ... Poichè sono, non ho: io sono Antonelli e voi tutti siete me". 
Dal 1909 si perdono le sue tracce e cade nel dimenticatoio.
Le sue poesie hanno una forma prosastica e sono facilmente comprensibili: il loro carattere naive non riduce la portata semantica, anzi, ne accentua l'originalità contestataria e la commovente drammaticità.

Chi volesse ascoltare il poema musicale di Gezzi e Zechini apra questo link cliccandoci sopra: 
                                     








domenica 16 aprile 2017

MORGEN  und  ABEND 
di Georg Friedrich Haas - libretto di Jon Fosse 
 Mattino e sera 



Opera House Covent Garden (novembre 2015): il pescatore Johannes 


Fosse e Haas, due artisti dell'avanguardia drammaturgica e musicale mondiale. Il primo, norvegese, è stato protagonista del nostro discorrere in "Io sono il vento" (pubblicato il 27/11/2015), opera sconvolgente per le sue considerazioni sul perché della vita e della morte. Tema evidentemente ineludibile per Jon Fosse (e per l'intera umanità), che riprende esasperandone la forma espressiva soprattutto sotto il profilo semiologico: l'assenza della punteggiatura, la reiterazione di parole, frasi e concetti che richiedono al lettore/ascoltatore un notevole grado di concentrazione per cogliere la proprietà semantica del testo. 
Esempio: "Perché è così tranquillo / là nella stanza / così stranamente tranquillo/ cosa può significare / non un suono / lì dentro / cosa può significare / cosa sta succedendo / Quando nasce un bambino / non va così tranquillamente / so che era morto / anche come uomo".
Fosse narra, quindi, le esperienze del momento inteso nel senso fenomenologico. Lui stesso afferma: "sono le parole singole, poche parole, quelle semplici e basilari a dire le cose fondamentali, non la retorica, non le grandi frasi".

  
Jon Fosse (1959)

Scrive una semplice trama espressa in forme complesse: le parole e le frasi si ripetono con millimetrico spostamento di significato, piccoli cambiamenti di contesto. Il romanzo, comunque, fornisce ampie opportunità di meditazione sulla vita e sugli gli aspetti religiosi e ultraterreni.
Quando Johannes e Peter vanno in città incontrano Erna, la donna che Giovanni aveva un tempo sposato: si vedono nuovamente giovani e camminano a braccetto. Si rivedono a casa, dove la sposa aspetta che rientri dalla pesca; lui le prende la mano e sente che è fredda. 
Ancora una volta, Fosse non fa distinzione tra vita e morte, tra passato e futuro: vita e morte sono esperienze ineludibili della vita. 
Trama. L’opera è divisa in due parti: la prima è una specie di prologo e racconta del pescatore Olai che sta in cucina, in attesa che la moglie Erna – assistita dalla levatrice Anna – dia alla luce il loro figlio che si chiamerà Johannes e farà il pescatore come il padre. 
Nella seconda parte, è trascorsa una vita e si seguono le  vicende dell’ uomo: sta dormendo tranquillo, ‘sazio di giorni’ (scrive Fosse che il suo racconto è immerso nel passato e in qualcosa che è sempre stato). Johannes un giorno si sveglia. E’ un giorno come gli altri, eppure diverso: si alza, prepara una tazza di caffè e – seppur controvoglia perché non ha fame – mangia un pezzo di pane con formaggio. Poi arrotola una sigaretta e la fuma. Barcolla tutto il giorno sulle sue vecchie gambe e incontra le persone più importanti della sua vita, la maggior parte delle quali è morta anni fa: l’ottimo amico pescatore Peter, al quale getta amichevolmente un sasso che gli attraversa il corpo. Peter è una persona importante per Johannes perché, una volta, gli ha salvato la vita in mare. E sarà lui a guidarlo lontano dalla vita, verso l’aldilà. Incrocia per strada la figlia Signe, ma quando – alla fine dell’ opera  – lei va a fargli visita lo trova a letto morto: "come fosse addormentato, gli prende la mano e la preme sui suoi occhi. Ma vede le dita bluastre". 
Presente e passato si confondono. 


Georg Friedrich HAAS (1953) - Morgen und Abend (2015)

La prima mondiale dell’opera è avvenuta alla Royal Opera House Covent Garden di Londra.
Personaggi ed interpreti: 
Olai: (voce recitante) Klaus Maria Brandauer 
Johannes: Christoph Pohl – baritono
Anna levatrice: Sarah Wegener – soprano
Peter: Will Hartmann – tenore
Erna: Helena Rasker – contralto
Signe: Sarah Wegener – soprano 
Orchestra e Coro della ‘Royal Opera House Covent Garden’ diretta da Michael Boder. 



Georg Friedrich Haas (1953)

Haas musicista nasce dalla ‘scuola spettrale’ di Gérard Grisey, Hugues Dufourt,  Tristan Murail e altri, che analizzano il singolo suono scomponendolo nelle sue componenti armoniche (spettro armonico) per farne elementi fondamen- tali intorno cui ‘ruotare’ la composizione. Ed è noto per il suo frequente uso di microtoni, cioè di intervalli inferiori al semitono.
“Non aspettatevi melodie”, dice Haas a proposito di ‘Morgen und Abend’, non aspettatevi armonie ma 'paesaggi sonori': cerco di creare un linguaggio musicale che non si basi su strutture notate ma sulla percezione del suono”.

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                                                                              Parte prima (selezione)

L’opera inizia con una sequenza orchestrale affidata alle percussioni –  in particolare a forti colpi dei tamburi bassi – che perforano lo stridio degli archi evocanti le grida del travaglio. Fuori scena un 'coro muto’ (senza parole)  crea un’atmosfera meditativa e vagamente contemplativa. Poi la levatrice Anna (soprano) annuncia ad Olai la nascita del figlio: “Du hast eine Sohn!” (Tu hai un figlio!)
“Nascere non è armonia sentimentale.”, dice Haas, “E’ un atto brutale e terribile come morire”.


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Parte seconda (selezione)

La seconda parte è aperta  dal coro (rappresentante il mondo terreno che ‘guida’ la vita) e dalla voce di Johannes (baritono) che incontra l’amico Peter (tenore) per ricordare il passato e l’amore per Erna (anche Peter fu segretamente di lei innamorato) la cui presenza viene appena evocata. L’orchestra accompagna il dialogo in modo variegato ma prevalentemente cupo: quello proprio alla morte sempre presente.
La conclusione è affidata alla figlia Signe (soprano) che trova il padre Johannes morto (vede le dita bluastre). Essendo l’unico essere vitale, il suo canto si diversifica dagli altri per l'andamento arioso. E conclude bruscamente l’opera. 
Siamo tornati al mattino?